Buio sangue, 2025
Maggio 9, 2026Universo femminile
Maggio 12, 2026
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Annamaria Atturo, Il filo sottile in lontananza, 2026. Installazione. Centro studi Mario Luzi per la poesia e le arti contemporanee, Montemaggiore PU
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IL FILO SOTTILE IN LONTANANZA
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12 aprile - 3 maggio 2026, Centro studi Mario Luzi per la poesia e le arti contemporanee, Montemaggiore di Colli al Metauro PU
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Patrocinio del Comune di Colli al Metauro. A cura di Marcello Sparaventi Centrale Fotografia APS. In collaborazione con Valentina Pierucci, Travel Blogger e Ambassador Regione Marche e Confcommercio Marche Nord.
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TRAFITTURE LUMINOSE
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Dopo l’esperienza espositiva e partecipativa di Buio sangue a Fossombrone (12–14 settembre
2025), il percorso di indagine di Annamaria Atturo prosegue come un filo che, dipanandosi,
unisce terra, materia e parola. Il titolo di quell’opera dialoga con l’omonima
raccolta poetica di Mario Luzi, dove il sangue non è soltanto ferita ma linfa profonda, enigma
dell’esistere. In questa nuova tappa, quel rosso si trasmuta in oro, una rivelazione, dalla
lacerazione esce la luce.
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“Dal fondo delle campagne” l’artista attinge al paesaggio come a un archivio vivente di
memorie e gesti antichi. Le fibre utilizzate - ginestra raccolta sui monti delle Cesane, bavella
e cascame di seta recuperati dalla memoria delle ultime donne che sapevano maneggiare
con delicatezza e decisione i bozzoli creati dalle farfalle bianche, lino e feltro di lana - riportano
alla luce un sapere contadino capace di fare della mancanza una virtù. È un patrimonio
di gesti essenziali, di ingegno silenzioso, di rispetto per la materia e per il tempo.
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La ginestra con il suo giallo acceso che qui si fa oro, l’azzurro delicato dei fiori di lino specchio
del cielo, i gelsi generosi che hanno nutrito distese di bachi voraci, le pecore dal vello
lanuginoso come nuvole nei prati: elementi che hanno segnato il paesaggio collinare marchigiano
e che oggi ritornano come trama viva dell’opera. Natura e memoria si intrecciano
in una tessitura che è insieme concreta e simbolica.
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L’allestimento, pensato secondo il punto di vista dell’artista nel momento della creazione,
invita il visitatore a una visione a volo d’uccello, a una immersione percettiva. Le tele si
offrono come paesaggi da attraversare con tutti i sensi, superfici che vibrano e trattengono
luce.
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L’ago trafigge la tela, il telaio intreccia e stringe trama e ordito: ma da questa trafittura non
sgorga sangue rosso, bensì oro. Dal “buio sangue” si passa a una trasfigurazione luminosa.
L’arte di Annamaria Atturo non nasce da un progetto rigidamente definito, ma da un’intenzione:
un ascolto profondo, un affidarsi alla visione che emerge nel fare. L’opera si costruisce
come atto di percezione totale. Visione, intuizione, tatto, respiro.
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«Non perderlo il filo della vita
… seguilo sempre anche quando si occulta
nei più neri cunicoli
o più tetro
s’aggroviglia in mortiferi labirinti»
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Il filo evocato dal poeta Mario Luzi vibra tra le mani di Annamaria Atturo: è il filo di ginestra
dorata, è il filo buio sangue, è il filo della vita. Un filo che tiene insieme paesaggio esteriore
e paesaggio interiore, memoria e visione, ferita e luce.
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Maria Maddalena Paolini
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LA NATURA FUORI E DENTRO
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Quando sono entrato nel laboratorio di Annamaria Atturo, di fronte a me alcune opere
appese, altre semplicemente appoggiate e ad un angolo della stanza, un antico telaio. Stava
bene li, era il suo luogo.
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Ci è voluto uno sforzo e soprattutto una spiegazione di Annamaria per comprendere come,
poche cose semplici, quasi rudimentali, potessero essere trasformate in opere dell’ingegno
e dell’abilità manuale.
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Forse l’Autrice non se ne è accorta, ma la mia attenzione per qualche istante si è concentrata
sulle sue mani, allontanandomi dalle spiegazioni del suo lavoro, meravigliato, nelle opere
che stavo osservando, come da semplici piante di ginestra si potesse passare a delle fibre
imprigionate dalle trame geometriche di sottili fili di seta.
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Lo sguardo si allontana ed evade fuori della finestra, attratto dal dolce contorno delle colline
incise e delimitate dalle venature alberate dei fossi, dai differenti colori che l’imminente
primavera iniziava a dipingere. Lembi di terra i cui i coltivi da tempo abbandonati, lasciano
lentamente spazio al bosco che si riappropria dei suoi spazi. Così accade oggi, così è accaduto
nei secoli in una costante successione tra l’opera dell’uomo e quella della natura.
Le stesse mani esili e delicate che annodano fili sottili stringono quelle nodose e ruvide che
nei secoli hanno modellato il paesaggio seguendo linee naturali e sapienze antiche.
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Gli steli di ginestra, essenza naturale di questa espressione artistica, prima macerata con
cenere e acqua, poi essiccata e impreziosita con lamine dorate, in passato, prima dell’avvento
delle materie sintetiche, insieme al vimini erano impiegati per legare e sostenere viti
e piantine di ortaggi.
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Ogni oggetto nell’ormai tramontato mondo contadino aveva una funzione una sua utilità,
così come i filari di gelsi servivano per alimentare i bachi da seta o gli aceri, chiamati un
tempo oppi, lasciati nei campi a sostegno di filari o di viti singole ad essi “maritate”.
Il filo conduttore di tutte queste opere è la natura nella sua complicata semplicità e le ginestre,
essenza spontanea che avanza dove la mano dell’uomo si ferma.
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Mirabili le parole di Giacomo Leopardi “Tuoi cespi solitari intorno spargi, odorata
ginestra, contenta dei deserti.” Seppure il riferimento è ad una specie diversa dalla
nostra che cresce nei terreni lavici del Vesuvio, il Poeta coglie il carattere forte,
pionieristico di questa leguminosa che riesce a insediarsi e a prosperare dove altre piante
non riuscirebbero, aprendo la strada e preparando il terreno ad altre più esigenti.
Pianta pioniera, umile e forte come chi quei terreni li ha sudati per secoli.
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I sottili fili di seta colorati che imprigionano su tele di lino piccoli ammassi di fibre, rimandano
ai sericei fili di una ragnatela che imprigiona una piccola preda e che testimonia la
durezza, talvolta la spietatezza della natura con le sue regole e le sue dinamiche.
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Una ragnatela di fili nella luce radente del mattino le cui goccioline iridescenti di rugiada
producono una trama e un caleidoscopio di colori.
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Così, mentre i fili delle opere di Annamaria catturano il nostro sguardo, proiettandoci verso
riflessioni antiche e lontane nel tempo, in un susseguirsi immutabile, altri colori vividi entrano
nella stanza e i primi canti di uccelli, dopo i rigori invernali, anticipano come ogni anno
una nuova stagione.
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Mauro Furlani
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La mostra ha dialogato con l’iniziativa “Trekking di Primavera a Colli al Metauro”, promossa dal 2020 da Valentina Pierucci, che propone un modello di turismo culturale fondato sulla conoscenza lenta del territorio: Leggi l'articolo
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Il Resto del Carlino, Pesaro 26 aprile 2026
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Ci sono luoghi che per la posizione geografica che ricoprono e i valori ai quali si richiamano, dovrebbero essere in perenne assedio di autori e visitatori.
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Non è sempre così, perché in questo paese si fa metodico "spreco" dell'eccellenza intellettuale. Al Centro di Montemaggiore al Metauro dedicato alla memoria del grande poeta Mario Luzi, fino al 3 maggio è visita-bile (anche oggi, dunque) l'installazione "Il filo sottile in lontananza", ovvero opere di Annamaria Atturo collocate con raffinata delicatezza nella sala principale di questo centro culturale che, in realtà, non è così preso d'assalto come ci si aspetterebbe.
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La mostra di Atturo però riscatta ogni buon proposito mancato, perché il lavoro di questa artista - che ha nel suo dna una generazione di creativi in casa, soprattutto donne - è di quelle che vanno visitate poiché non si ripeteranno (tutte le installazioni una volta smontate diventano un ricordo, e basta) e se portate altrove le stesse opere non fanno lo stesso effetto.
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La ricerca materica - basata su elementi della natura della civiltà, come la tela, ancor prima il filo, l'oro che è il metallo unico e irripetibile per affermare ogni concetto solenne - diventa un racconto anche grazie al lavoro di ricerca dell'artista. Annamaria Atturo è nata ad Anzio, ma nel suo sangue scorre molto del nostro; si è formata alla Scuola del Libro di Urbino ed ha avuto come Maestro non solo Adriano Calavalle, calcografo raffinatissimo, ma anche Bruno Ceccobelli una volta avviato il percorso in Accademia. La sua ricerca è legata al mondo tessile e si sviluppa attraverso il ricamo, le fibre naturali e pratiche della "fiber art", «intese come gesto meditativo e forma di ascolto del tempo», dice il raffinato micro catalogo della mostra, che in realtà diventa un'opera a sé, da incorniciare, con la caratteristica di un perenne filo nero intrappolato nel lavoro, a ricordare il segno calcografico dell'acqua-forte. La mostra è sapientemente curata da Marcello Sparaventi e c'è da sperare che con questa iniziativa il Centro Studi Mario Luzi si apra a una lunga serie di mostre e installazioni. Questo luogo cosi significativo se lo merita.
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Giovanni Lani