
Note critiche
Parole, riflessioni e sguardi sulla mia ricerca artistica
“L’impianto dell’Atturo non è quello dell’artista tesa a esaltare il proprio lavoro, anzi non vi è in lei la certezza, tanto meno la convinzione di aver raggiunto tecniche e livelli espressivi di alto valore e significato perché le immagini, che si formano nella sua mente, la pongono in continue sfide con un tempo come il nostro che, come scrive non appartiene più allo spirito e ai ritmi del presente.
Non ci introduce per tanto subito a cogliere il ritmo cadenzato del suo ago, il lento costruirsi dell’opera, ma con delicatezza ci accompagna nel suo mondo interiore, nel suo ricco patrimonio di memorie antiche in cui si rivivono i racconti delle figure femminili della sua famiglia che avevano conosciuto il “Punto Fano” e che si fondono con la tensione del filo di lenza che da bambina con il padre gettava nel mare.
Non vi è con ciò nell’artista nostalgia del passato, ma una delicata rievocazione; sa infatti che non possono ritornare quei gesti lontani e allora lascia che il filo scivoli via silenziosamente tra le sue dita ed è lui che si muove con agilità e sicurezza quasi a guidarla, ma non per bloccare con i suoi passaggi il tempo, ma per farlo rivivere con accenti nuovi. La sua tensione è volta a cercare quel gesto, quell’unico gesto che fa sì che il ricamo diventi un’arte nobile in cui si fonde l’armonia, è ancora lei che scrive, tra materia e astrazione del sentimento. La sua contaminazione del “Punto Fano” con altre tecniche e punti di ricamo porta l’Atturo a sperimentazioni innovative che non fissano definitive mete, anzi lasciano a chi ad esse si vuol affidare squarci di bellezza mai raggiunti.”
Giovanni Pelosi
PRESENTE E' L'ASSENZA
“L’assenza non è vuoto: è più forte presenza” (Mario Luzi, Al fuoco della controversia)
In una piccola chiesa del Settecento, l’artista interviene ribaltando il punto di vista, dall’interno all’esterno, dando forma a una nuova spiritualità, diffusa e svincolata dal simbolismo legato al luogo sacro. Prende così forma un’altra sacralità, quella dei gesti quotidiani, dell’impegno silenzioso, della cura verso ciò che resiste e che resta. Le opere di Annamaria Atturo, realizzate su antiche tele di lino tessute a mano, raccontano un paesaggio che non è solo naturale, ma anche interiore.
La sua azione artistica si radica nella matericità della terra e nella tessitura del pensiero, intrecciando fibre naturali – ginestra, eucalipto, lino, canapa – come si intrecciano i versi di una poesia. Annamaria Atturo non teme il silenzio. Il suo è un lavorio continuo di osservazione, registrazione e meditazione: un’attenzione vigile rivolta al paesaggio e alla propria interiorità. Ogni opera è il frutto di un processo paziente: la mente distilla, setaccia, decanta, e ciò che ne emerge sono pepite preziose, frammenti puri che l’artista restituisce sotto forma di tessitura.
La sua è una pratica che si fa gesto civile, un atto meditativo e necessario che guarda alla parola e alla natura come fonti di significato. Su quella superficie bianca, una fibra rossa di eucalipto disegna colline e rilievi; sembra di vederci riflesso il “Colle dei Santi”, che si erge di fronte alla chiesetta, ad abbracciare la città di Fossombrone che sorge lì sotto. Una macchia cangiante, che cambia a seconda di dove e quando la si osserva, e che pare emergere dalla memoria e dal dolore: è il colore del sangue versato, simbolo visibile che attraversa la storia e giunge fino a noi. In questo tempo lacerato da guerre presenti – non lontane, non astratte – l’artista non grida, ma ricama. Il filo che percorre la tela è ferita e resistenza, testimonianza e domanda.
A una prima vista, le sue opere appaiono nitide, ordinate, definite ma avvicinandosi si svelano i dettagli, i nodi, gli intrecci, il passaggio del filo, il segno dell’ago che ha trafitto la tela. In quella tensione tra precisione e imperfezione si manifesta una verità più profonda: la bellezza non è apparenza, ma struttura; non è superficie, ma attraversamento.
Qui la sacralità non è nella pietra della chiesa, ma nel gesto che ricama, nella scelta della fibra naturale, nel silenzio che ascolta. È una sacralità laica, profonda, che si manifesta nell’impegno civile, nella volontà di salvaguardare la bellezza, quella fragile del paesaggio, quella irripetibile dell’umano.
In questo filo rosso che segna la tela si concentrano il dolore del mondo e la speranza di chi ancora crea, ancora resiste, ancora compie gesti piccoli e necessari. Quel paesaggio ricamato è assenza che diventa presenza, è vuoto che accoglie, è memoria che chiama all’azione.
Nel filo che unisce terra, materia e parola, Annamaria Atturo ci ricorda che la poesia e l’arte possono ancora essere un atto civile.
Un filo che resiste. Un gesto che resta.
Maria Maddalena Paolini
TRAFITTURE LUMINOSE
Dopo l’esperienza espositiva e partecipativa di Buio sangue a Fossombrone (12–14 settembre 2025), il percorso di indagine di Annamaria Atturo prosegue come un filo che, dipanandosi, unisce terra, materia e parola. Il titolo di quell’opera dialoga con l’omonima raccolta poetica di Mario Luzi, dove il sangue non è soltanto ferita ma linfa profonda, enigma dell’esistere. In questa nuova tappa, quel rosso si trasmuta in oro, una rivelazione, dalla lacerazione esce la luce.
“Dal fondo delle campagne” l’artista attinge al paesaggio come a un archivio vivente di memorie e gesti antichi. Le fibre utilizzate - ginestra raccolta sui monti delle Cesane, bavella e cascame di seta recuperati dalla memoria delle ultime donne che sapevano maneggiare con delicatezza e decisione i bozzoli creati dalle farfalle bianche, lino e feltro di lana - riportano alla luce un sapere contadino capace di fare della mancanza una virtù. È un patrimonio di gesti essenziali, di ingegno silenzioso, di rispetto per la materia e per il tempo.
La ginestra con il suo giallo acceso che qui si fa oro, l’azzurro delicato dei fiori di lino specchio del cielo, i gelsi generosi che hanno nutrito distese di bachi voraci, le pecore dal vello lanuginoso come nuvole nei prati: elementi che hanno segnato il paesaggio collinare marchigiano e che oggi ritornano come trama viva dell’opera. Natura e memoria si intrecciano in una tessitura che è insieme concreta e simbolica.
L’allestimento, pensato secondo il punto di vista dell’artista nel momento della creazione, invita il visitatore a una visione a volo d’uccello, a una immersione percettiva. Le tele si offrono come paesaggi da attraversare con tutti i sensi, superfici che vibrano e trattengono luce.
L’ago trafigge la tela, il telaio intreccia e stringe trama e ordito: ma da questa trafittura non sgorga sangue rosso, bensì oro. Dal “buio sangue” si passa a una trasfigurazione luminosa. L’arte di Annamaria Atturo non nasce da un progetto rigidamente definito, ma da un’intenzione: un ascolto profondo, un affidarsi alla visione che emerge nel fare. L’opera si costruisce come atto di percezione totale. Visione, intuizione, tatto, respiro.
«Non perderlo il filo della vita … seguilo sempre anche quando si occulta nei più neri cunicoli o più tetro s’aggroviglia in mortiferi labirinti»
Il filo evocato dal poeta Mario Luzi vibra tra le mani di Annamaria Atturo: è il filo di ginestra dorata, è il filo buio sangue, è il filo della vita. Un filo che tiene insieme paesaggio esteriore e paesaggio interiore, memoria e visione, ferita e luce.
Maria Maddalena Paolini
LA NATURA FUORI E DENTRO
Quando sono entrato nel laboratorio di Annamaria Atturo, di fronte a me alcune opere appese, altre semplicemente appoggiate e ad un angolo della stanza, un antico telaio. Stava bene li, era il suo luogo. Ci è voluto uno sforzo e soprattutto una spiegazione di Annamaria per comprendere come, poche cose semplici, quasi rudimentali, potessero essere trasformate in opere dell’ingegno e dell’abilità manuale. Forse l’Autrice non se ne è accorta, ma la mia attenzione per qualche istante si è concentrata sulle sue mani, allontanandomi dalle spiegazioni del suo lavoro, meravigliato, nelle opere che stavo osservando, come da semplici piante di ginestra si potesse passare a delle fibre imprigionate dalle trame geometriche di sottili fili di seta. Lo sguardo si allontana ed evade fuori della finestra, attratto dal dolce contorno delle colline incise e delimitate dalle venature alberate dei fossi, dai differenti colori che l’imminente primavera iniziava a dipingere. Lembi di terra i cui i coltivi da tempo abbandonati, lasciano lentamente spazio al bosco che si riappropria dei suoi spazi. Così accade oggi, così è accaduto nei secoli in una costante successione tra l’opera dell’uomo e quella della natura. Le stesse mani esili e delicate che annodano fili sottili stringono quelle nodose e ruvide che nei secoli hanno modellato il paesaggio seguendo linee naturali e sapienze antiche. Gli steli di ginestra, essenza naturale di questa espressione artistica, prima macerata con cenere e acqua, poi essiccata e impreziosita con lamine dorate, in passato, prima dell’avvento delle materie sintetiche, insieme al vimini erano impiegati per legare e sostenere viti e piantine di ortaggi. Ogni oggetto nell’ormai tramontato mondo contadino aveva una funzione una sua utilità, così come i filari di gelsi servivano per alimentare i bachi da seta o gli aceri, chiamati un tempo oppi, lasciati nei campi a sostegno di filari o di viti singole ad essi “maritate”. Il filo conduttore di tutte queste opere è la natura nella sua complicata semplicità e le ginestre, essenza spontanea che avanza dove la mano dell’uomo si ferma. Mirabili le parole di Giacomo Leopardi “Tuoi cespi solitari intorno spargi, odorata ginestra, contenta dei deserti.” Seppure il riferimento è ad una specie diversa dalla nostra che cresce nei terreni lavici del Vesuvio, il Poeta coglie il carattere forte, pionieristico di questa leguminosa che riesce a insediarsi e a prosperare dove altre piante non riuscirebbero, aprendo la strada e preparando il terreno ad altre più esigenti. Pianta pioniera, umile e forte come chi quei terreni li ha sudati per secoli. I sottili fili di seta colorati che imprigionano su tele di lino piccoli ammassi di fibre, rimandano ai sericei fili di una ragnatela che imprigiona una piccola preda e che testimonia la durezza, talvolta la spietatezza della natura con le sue regole e le sue dinamiche. Una ragnatela di fili nella luce radente del mattino le cui goccioline iridescenti di rugiada producono una trama e un caleidoscopio di colori. Così, mentre i fili delle opere di Annamaria catturano il nostro sguardo, proiettandoci verso riflessioni antiche e lontane nel tempo, in un susseguirsi immutabile, altri colori vividi entrano nella stanza e i primi canti di uccelli, dopo i rigori invernali, anticipano come ogni anno una nuova stagione.
Mauro Furlani
Il Resto del Carlino, Pesaro 26 aprile 2026
Ci sono luoghi che per la posizione geografica che ricoprono e i valori ai quali si richiamano, dovrebbero essere in perenne assedio di autori e visitatori.
Non è sempre così, perché in questo paese si fa metodico "spreco" dell'eccellenza intellettuale. Al Centro di Montemaggiore al Metauro dedicato alla memoria del grande poeta Mario Luzi, fino al 3 maggio è visita-bile (anche oggi, dunque) l'installazione "Il filo sottile in lontananza", ovvero opere di Annamaria Atturo collocate con raffinata delicatezza nella sala principale di questo centro culturale che, in realtà, non è così preso d'assalto come ci si aspetterebbe.
La mostra di Atturo però riscatta ogni buon proposito mancato, perché il lavoro di questa artista - che ha nel suo dna una generazione di creativi in casa, soprattutto donne - è di quelle che vanno visitate poiché non si ripeteranno (tutte le installazioni una volta smontate diventano un ricordo, e basta) e se portate altrove le stesse opere non fanno lo stesso effetto.
La ricerca materica - basata su elementi della natura della civiltà, come la tela, ancor prima il filo, l'oro che è il metallo unico e irripetibile per affermare ogni concetto solenne - diventa un racconto anche grazie al lavoro di ricerca dell'artista. Annamaria Atturo è nata ad Anzio, ma nel suo sangue scorre molto del nostro; si è formata alla Scuola del Libro di Urbino ed ha avuto come Maestro non solo Adriano Calavalle, calcografo raffinatissimo, ma anche Bruno Ceccobelli una volta avviato il percorso in Accademia. La sua ricerca è legata al mondo tessile e si sviluppa attraverso il ricamo, le fibre naturali e pratiche della "fiber art", «intese come gesto meditativo e forma di ascolto del tempo», dice il raffinato micro catalogo della mostra, che in realtà diventa un'opera a sé, da incorniciare, con la caratteristica di un perenne filo nero intrappolato nel lavoro, a ricordare il segno calcografico dell'acqua-forte. La mostra è sapientemente curata da Marcello Sparaventi e c'è da sperare che con questa iniziativa il Centro Studi Mario Luzi si apra a una lunga serie di mostre e installazioni. Questo luogo cosi significativo se lo merita.
Giovanni Lani
