Note critiche

Parole, riflessioni e sguardi sulla mia ricerca artistica


L’impianto dell’Atturo non è quello dell’artista tesa a esaltare il proprio lavoro, anzi non vi è in lei la certezza, tanto meno la convinzione di aver raggiunto tecniche e livelli espressivi di alto valore e significato perché le immagini, che si formano nella sua mente, la pongono in continue sfide con un tempo come il nostro che, come scrive non appartiene più allo spirito e ai ritmi del presente.

Non ci introduce per tanto subito a cogliere il ritmo cadenzato del suo ago, il lento costruirsi dell’opera, ma con delicatezza ci accompagna nel suo mondo interiore, nel suo ricco patrimonio di memorie antiche in cui si rivivono i racconti delle figure femminili della sua famiglia che avevano conosciuto il “Punto Fano” e che si fondono con la tensione del filo di lenza che da bambina con il padre gettava nel mare.

Non vi è con ciò nell’artista nostalgia del passato, ma una delicata rievocazione; sa infatti che non possono ritornare quei gesti lontani e allora lascia che il filo scivoli via silenziosamente tra le sue dita ed è lui che si muove con agilità e sicurezza quasi a guidarla, ma non per bloccare con i suoi passaggi il tempo, ma per farlo rivivere con accenti nuovi. La sua tensione è volta a cercare quel gesto, quell’unico gesto che fa sì che il ricamo diventi un’arte nobile in cui si fonde l’armonia, è ancora lei che scrive, tra materia e astrazione del sentimento. La sua contaminazione del “Punto Fano” con altre tecniche e punti di ricamo porta l’Atturo a sperimentazioni innovative che non fissano definitive mete, anzi lasciano a chi ad esse si vuol affidare squarci di bellezza mai raggiunti.

Giovanni Pelosi



Cara Annamaria,

mi devo scusare per la decade di attesa che le ho imposto prima di reagire al suo gradito messaggio! Il problema è che le cose (e non sempre cantano!) mi impongono la scaletta della mia giornata ed io spesso sono obbligato a sottomettermi al loro imperio.

Ho letto con molto piacere la sua riflessione che mi ha fatto scoprire quanta vita e quanta poesia può esserci in un filo. Non ci avevo mai pensato, ma in un filo c'è il lavoro in tutta la densità delle sue implicazioni sociali, economiche e soprattutto umane. Nel filo può esserci il gioco e il suo omologo, l'arte. Ma il filo lo lavoriamo, lo moviamo, lo stringiamo con la mano in un rapporto assolutamente tattile. In questo io credo che molto più che il colore contino la morbidezza, lo spessore, la flessibilità, il calore: tutte qualità tattili che impegnano la destrezza delle dita e la fantasia della mente.

Ma la cosa che mi ha colpito di più è il suo riferimento al filo dell'amo. Io non sono mai stato pescatore e questa esperienza mi è del tutto estranea. Ma le sue parole mi hanno fatto pensare al senso esistenziale di quella vibrazione. Un'emozione non banale perché in quella vibrazione c'è la lotta tra la vita e la morte, c'è il gioco feroce tra chi vince e chi perde, tra un delirio di onnipotenza e un disperato tentativo di distacco. Quella vibrazione è espressione di forza, di tensione, è il collegamento fra la luce e le oscure profondità che si respingono e si danno la mano in un dialogo pieno di intrinseco desiderio e repulsione atroce. Un'esperienza non banale se alcuni la vivono con la partecipazione di chi riesce a sfuggire alla sabbia mobile della routine di un'operazione meccanica capace di generare soltanto l'indifferenza quale insipido antidoto della noia.

Una lettura feconda, che mi ha fatto riflettere su queste cose che non appartengono alla consueta attività delle mie giornate. La ringrazio!

Un caro saluto

Aldo Grassini



TRAFITTURE LUMINOSE

Dopo l’esperienza espositiva e partecipativa di Buio sangue a Fossombrone (12–14 settembre 2025), il percorso di indagine di Annamaria Atturo prosegue come un filo che, dipanandosi, unisce terra, materia e parola. Il titolo di quell’opera dialoga con l’omonima raccolta poetica di Mario Luzi, dove il sangue non è soltanto ferita ma linfa profonda, enigma dell’esistere. In questa nuova tappa, quel rosso si trasmuta in oro, una rivelazione, dalla lacerazione esce la luce.

“Dal fondo delle campagne” l’artista attinge al paesaggio come a un archivio vivente di memorie e gesti antichi. Le fibre utilizzate - ginestra raccolta sui monti delle Cesane, bavella e cascame di seta recuperati dalla memoria delle ultime donne che sapevano maneggiare con delicatezza e decisione i bozzoli creati dalle farfalle bianche, lino e feltro di lana - riportano alla luce un sapere contadino capace di fare della mancanza una virtù. È un patrimonio di gesti essenziali, di ingegno silenzioso, di rispetto per la materia e per il tempo.

La ginestra con il suo giallo acceso che qui si fa oro, l’azzurro delicato dei fiori di lino specchio del cielo, i gelsi generosi che hanno nutrito distese di bachi voraci, le pecore dal vello lanuginoso come nuvole nei prati: elementi che hanno segnato il paesaggio collinare marchigiano e che oggi ritornano come trama viva dell’opera. Natura e memoria si intrecciano in una tessitura che è insieme concreta e simbolica.

L’allestimento, pensato secondo il punto di vista dell’artista nel momento della creazione, invita il visitatore a una visione a volo d’uccello, a una immersione percettiva. Le tele si offrono come paesaggi da attraversare con tutti i sensi, superfici che vibrano e trattengono luce.

L’ago trafigge la tela, il telaio intreccia e stringe trama e ordito: ma da questa trafittura non sgorga sangue rosso, bensì oro. Dal “buio sangue” si passa a una trasfigurazione luminosa. L’arte di Annamaria Atturo non nasce da un progetto rigidamente definito, ma da un’intenzione: un ascolto profondo, un affidarsi alla visione che emerge nel fare. L’opera si costruisce come atto di percezione totale. Visione, intuizione, tatto, respiro.

«Non perderlo il filo della vita … seguilo sempre anche quando si occulta nei più neri cunicoli o più tetro s’aggroviglia in mortiferi labirinti»

Il filo evocato dal poeta Mario Luzi vibra tra le mani di Annamaria Atturo: è il filo di ginestra dorata, è il filo buio sangue, è il filo della vita. Un filo che tiene insieme paesaggio esteriore e paesaggio interiore, memoria e visione, ferita e luce.

Maria Maddalena Paolini

LA NATURA FUORI E DENTRO

Quando sono entrato nel laboratorio di Annamaria Atturo, di fronte a me alcune opere appese, altre semplicemente appoggiate e ad un angolo della stanza, un antico telaio. Stava bene li, era il suo luogo.

Ci è voluto uno sforzo e soprattutto una spiegazione di Annamaria per comprendere come, poche cose semplici, quasi rudimentali, potessero essere trasformate in opere dell’ingegno e dell’abilità manuale.

Forse l’Autrice non se ne è accorta, ma la mia attenzione per qualche istante si è concentrata sulle sue mani, allontanandomi dalle spiegazioni del suo lavoro, meravigliato, nelle opere che stavo osservando, come da semplici piante di ginestra si potesse passare a delle fibre imprigionate dalle trame geometriche di sottili fili di seta.

Lo sguardo si allontana ed evade fuori della finestra, attratto dal dolce contorno delle colline incise e delimitate dalle venature alberate dei fossi, dai differenti colori che l’imminente primavera iniziava a dipingere. Lembi di terra i cui i coltivi da tempo abbandonati, lasciano lentamente spazio al bosco che si riappropria dei suoi spazi. Così accade oggi, così è accaduto nei secoli in una costante successione tra l’opera dell’uomo e quella della natura. Le stesse mani esili e delicate che annodano fili sottili stringono quelle nodose e ruvide che nei secoli hanno modellato il paesaggio seguendo linee naturali e sapienze antiche.

Gli steli di ginestra, essenza naturale di questa espressione artistica, prima macerata con cenere e acqua, poi essiccata e impreziosita con lamine dorate, in passato, prima dell’avvento delle materie sintetiche, insieme al vimini erano impiegati per legare e sostenere viti e piantine di ortaggi.

Ogni oggetto nell’ormai tramontato mondo contadino aveva una funzione una sua utilità, così come i filari di gelsi servivano per alimentare i bachi da seta o gli aceri, chiamati un tempo oppi, lasciati nei campi a sostegno di filari o di viti singole ad essi “maritate”. Il filo conduttore di tutte queste opere è la natura nella sua complicata semplicità e le ginestre, essenza spontanea che avanza dove la mano dell’uomo si ferma.

Mirabili le parole di Giacomo Leopardi “Tuoi cespi solitari intorno spargi, odorata ginestra, contenta dei deserti.” Seppure il riferimento è ad una specie diversa dalla nostra che cresce nei terreni lavici del Vesuvio, il Poeta coglie il carattere forte, pionieristico di questa leguminosa che riesce a insediarsi e a prosperare dove altre piante non riuscirebbero, aprendo la strada e preparando il terreno ad altre più esigenti. Pianta pioniera, umile e forte come chi quei terreni li ha sudati per secoli.

I sottili fili di seta colorati che imprigionano su tele di lino piccoli ammassi di fibre, rimandano ai sericei fili di una ragnatela che imprigiona una piccola preda e che testimonia la durezza, talvolta la spietatezza della natura con le sue regole e le sue dinamiche.

Una ragnatela di fili nella luce radente del mattino le cui goccioline iridescenti di rugiada producono una trama e un caleidoscopio di colori.

Così, mentre i fili delle opere di Annamaria catturano il nostro sguardo, proiettandoci verso riflessioni antiche e lontane nel tempo, in un susseguirsi immutabile, altri colori vividi entrano nella stanza e i primi canti di uccelli, dopo i rigori invernali, anticipano come ogni anno una nuova stagione.

Mauro Furlani

Il Resto del Carlino, Pesaro 26 aprile 2026

Ci sono luoghi che per la posizione geografica che ricoprono e i valori ai quali si richiamano, dovrebbero essere in perenne assedio di autori e visitatori.

Non è sempre così, perché in questo paese si fa metodico "spreco" dell'eccellenza intellettuale. Al Centro di Montemaggiore al Metauro dedicato alla memoria del grande poeta Mario Luzi, fino al 3 maggio è visita-bile (anche oggi, dunque) l'installazione "Il filo sottile in lontananza", ovvero opere di Annamaria Atturo collocate con raffinata delicatezza nella sala principale di questo centro culturale che, in realtà, non è così preso d'assalto come ci si aspetterebbe.

La mostra di Atturo però riscatta ogni buon proposito mancato, perché il lavoro di questa artista - che ha nel suo dna una generazione di creativi in casa, soprattutto donne - è di quelle che vanno visitate poiché non si ripeteranno (tutte le installazioni una volta smontate diventano un ricordo, e basta) e se portate altrove le stesse opere non fanno lo stesso effetto.

La ricerca materica - basata su elementi della natura della civiltà, come la tela, ancor prima il filo, l'oro che è il metallo unico e irripetibile per affermare ogni concetto solenne - diventa un racconto anche grazie al lavoro di ricerca dell'artista. Annamaria Atturo è nata ad Anzio, ma nel suo sangue scorre molto del nostro; si è formata alla Scuola del Libro di Urbino ed ha avuto come Maestro non solo Adriano Calavalle, calcografo raffinatissimo, ma anche Bruno Ceccobelli una volta avviato il percorso in Accademia. La sua ricerca è legata al mondo tessile e si sviluppa attraverso il ricamo, le fibre naturali e pratiche della "fiber art", «intese come gesto meditativo e forma di ascolto del tempo», dice il raffinato micro catalogo della mostra, che in realtà diventa un'opera a sé, da incorniciare, con la caratteristica di un perenne filo nero intrappolato nel lavoro, a ricordare il segno calcografico dell'acqua-forte. La mostra è sapientemente curata da Marcello Sparaventi e c'è da sperare che con questa iniziativa il Centro Studi Mario Luzi si apra a una lunga serie di mostre e installazioni. Questo luogo cosi significativo se lo merita.

Giovanni Lani

Note a margine della mostra Il filo sottile della lontananza di Annamaria Atturo al Centro studi Mario Luzi, Montemaggiore al Metauro 12 aprile - 3 maggio 2026, curatore Marcello Sparaventi.

Democrito di Abdera (V sec. a.C.) scriveva: «Noi siamo stati discepoli delle bestie nelle arti più importanti: del ragno nel tessere e nel rammendare… con l’imitazione»

Ora, Annamaria, non imita né agisce come Penelope: «Ma lei di giorno tesseva il gran telo e di notte, con le fiaccole a lato, lo disfaceva.» (Odissea, II vv. 104-105).

Annamaria “trama orditi” tessendo fili che diventano sogni, un tentativo che tende a mutare l’ordine naturale dei materiali che usa: fibre, sete, cotoni, come una sfida d’un abile artigiano che trasforma la cimosa di una pezza in abilissima tessitura leggera e volatile. Ecco quindi, il volare arioso dei filamenti ci sfugge, diventa lontananza.

Ma la materia, immediatamente ci riporta da questa lontananza alle ginestre usate come oro in filigrana, alla “presente stagione” di leopardiana memoria.

Se è un piacere ammirare i tessuti finiti, come sarà guardare la grazia del lavoro che li crea? L’ago che ricama? Le dita che si muovono lievi, i tocchi del pollice?

La maestria della mano segue l’idea, quel vedere che immagina e che unisce occhi e dita, come a tessere intrighi: l’intrigo dell’arte produttrice di metamorfosi.

Tela di ragno

le sinapsi

dove traversa l’esistere

Silenziosamente:

ché appena ci sarà

leggero rumore,

tenue vibrazione,

lieve ondeggiamento

verrà il pasto-agguato

di Aracne la tessitrice.

Eugenio Schiavo



PRESENTE E' L'ASSENZA

“L’assenza non è vuoto: è più forte presenza” (Mario Luzi, Al fuoco della controversia)

In una piccola chiesa del Settecento, l’artista interviene ribaltando il punto di vista, dall’interno all’esterno, dando forma a una nuova spiritualità, diffusa e svincolata dal simbolismo legato al luogo sacro. Prende così forma un’altra sacralità, quella dei gesti quotidiani, dell’impegno silenzioso, della cura verso ciò che resiste e che resta. Le opere di Annamaria Atturo, realizzate su antiche tele di lino tessute a mano, raccontano un paesaggio che non è solo naturale, ma anche interiore.

La sua azione artistica si radica nella matericità della terra e nella tessitura del pensiero, intrecciando fibre naturali – ginestra, eucalipto, lino, canapa – come si intrecciano i versi di una poesia. Annamaria Atturo non teme il silenzio. Il suo è un lavorio continuo di osservazione, registrazione e meditazione: un’attenzione vigile rivolta al paesaggio e alla propria interiorità. Ogni opera è il frutto di un processo paziente: la mente distilla, setaccia, decanta, e ciò che ne emerge sono pepite preziose, frammenti puri che l’artista restituisce sotto forma di tessitura.

La sua è una pratica che si fa gesto civile, un atto meditativo e necessario che guarda alla parola e alla natura come fonti di significato. Su quella superficie bianca, una fibra rossa di eucalipto disegna colline e rilievi; sembra di vederci riflesso il “Colle dei Santi”, che si erge di fronte alla chiesetta, ad abbracciare la città di Fossombrone che sorge lì sotto. Una macchia cangiante, che cambia a seconda di dove e quando la si osserva, e che pare emergere dalla memoria e dal dolore: è il colore del sangue versato, simbolo visibile che attraversa la storia e giunge fino a noi. In questo tempo lacerato da guerre presenti – non lontane, non astratte – l’artista non grida, ma ricama. Il filo che percorre la tela è ferita e resistenza, testimonianza e domanda.

A una prima vista, le sue opere appaiono nitide, ordinate, definite ma avvicinandosi si svelano i dettagli, i nodi, gli intrecci, il passaggio del filo, il segno dell’ago che ha trafitto la tela. In quella tensione tra precisione e imperfezione si manifesta una verità più profonda: la bellezza non è apparenza, ma struttura; non è superficie, ma attraversamento.

Qui la sacralità non è nella pietra della chiesa, ma nel gesto che ricama, nella scelta della fibra naturale, nel silenzio che ascolta. È una sacralità laica, profonda, che si manifesta nell’impegno civile, nella volontà di salvaguardare la bellezza, quella fragile del paesaggio, quella irripetibile dell’umano.

In questo filo rosso che segna la tela si concentrano il dolore del mondo e la speranza di chi ancora crea, ancora resiste, ancora compie gesti piccoli e necessari. Quel paesaggio ricamato è assenza che diventa presenza, è vuoto che accoglie, è memoria che chiama all’azione.

Nel filo che unisce terra, materia e parola, Annamaria Atturo ci ricorda che la poesia e l’arte possono ancora essere un atto civile.

Un filo che resiste. Un gesto che resta.

Maria Maddalena Paolini



SCONFINATI CONFINI

Dietro al sapiente, preciso e duro lavoro che si fa per dare forma all'informe, si nasconde aspetto alchemico in cui il tempo e lo spazio hanno una dimensione extra umana.

Le materie prime utilizzare, metalli preziosi, le gemme, sono risultati di processi geologici originari e di violente reazioni chimiche, che per la percezione dell'essere umano non hanno un tempo, sono elementi nascosti dentro la montagna, si trovano li da sempre e una volta plasmati e lavorati esisteranno per sempre.

Come per le arti visive il gioiello non ha un utilità e non è privo di funzioni.

Nella funzione sociale ha rappresentato e rappresenta lo status, una posizione gerarchica nelle società arcaiche e contemporanee. Nel ruolo funzionale, invece, è uno strumento capace di relazionarsi con la complessità della quotidianità, soprattutto in rapporto con l'abbigliamento e con lo stile delle acconciature, quello che oggi chiamiamo outfit.

E, inoltre, un sigillo di momenti solenni, profondi, di appartenenza, che rende speciale il dono. Il gioiello è anche seduzione, la luminosità, la brillantezza, i luccichii degli ori e delle pietre attraggono l'attenzione sulle diverse parti del corpo evocando dei messaggi di attrazione. Le artiste in mostra, senza porsi confini, indagano il prezioso ambito dell'opera gioiello negli aspetti simbolici, funzionali e comunicativi.

Il lavoro di Annamaria Atturo, con il supporto della produzione dei filati utilizza dei filamenti sfibrati, lunghi e continui, per modellare gioielli raffinati che rimandano alla grande tradizione arcaica della tessitura.

Concepire forme da indossare con massicci filamenti è un sinonimo di raccontare, di relazionarsi. Non esistono trama e ordito, non vi sono punti da seguire o a cui riferirsi, la direzione è libera e accoglie sempre l'imprevisto e le nuove suggestioni legate a un tempo sospeso. È un lavoro che si fonda sulle memorie dell'artista, come se tessesse una grande rete per mettere in connessione il mondo e catturare, nel telaio, gli elementi della dimensione spirituale.

Riccardo Tonti Bandini



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